Come diventare fotografo professionista

Trasformare la passione per la fotografia in una vera e propria competenza professionale è possibile: per farlo, si deve procedere per gradi, partendo dal porre attenzione ai più comuni errori da principiante, e sfatando alcune convinzioni su ciò che è necessario per passare dal ruolo di amatore a quello di professionista.

Una buona attrezzatura e la conoscenza delle tecniche di base sono importanti per la riuscita di un progetto fotografico di qualità, ma è importante essere consapevoli del fatto che non sono tutto ciò che rende tale un vero fotografo.

Non c’è dubbio: per iniziare a realizzare scatti con una buona resa dell’immagine è necessario imparare a gestire l’apertura del diaframma e impostare il tempo di scatto corretto in ogni situazione, compiendo la scelta in base a ciò che si intende mettere in primo o in secondo piano nell’immagine, e regolandosi con le condizioni di luce.

Un’abilità pratica e tecnica al tempo stesso consiste anche nell’iniziare a regolare l’angolo di scatto muovendosi fisicamente di qualche passo avanti o indietro: essere una “lente vivente” aiuta a sviluppare la creatività, e ad entrare più profondamente nell’ottica – gioco di parole a parte – di un fotografo con occhio professionale.

Allenare lo sguardo  alla fotografia

La prima abilità da sviluppare nasce dall’abitudine a guardare il mondo circostante in 3 dimensioni, dando importanza a tutto ciò che riempie l’inquadratura. In fotografia infatti ogni elemento della composizione è importante, e ha un suo ruolo ben preciso.

Allenare lo sguardo aiuta ad acuire la visione: conseguenza virtuosa è l’acquisizione dell’essenzialità, che porta a mettere in risalto solo gli elementi che contano davvero nella narrazione per immagini. All’inizio ogni principiante tende a essere distratto, mescolando nell’inquadratura soggetti che non hanno attinenza fra loro, rischiando di non valorizzare così le voci più importanti per lo scatto fotografico.

E’ del tutto naturale che all’inizio si sperimenti il più possibile, il che porta a individuare quei temi  e soggetti che ricorrono più di frequente nei propri scatti fotografici: una volta presa consapevolezza di quali essi siano, sarà importante fare una selezione rispetto al lavoro che si intende portare avanti e approfondire.

Tutti i più grandi maestri della fotografia si distinguono per la loro voce, che nasce dall’unione di uno o più (pochi) temi sviluppati nel tempo, attraverso uno stile peculiare e inconfondibile.

Fonte: www.portfoliobox.net

I kafana di Belgrado

Kafana, luoghi d’elezione della cultura serba

Kafana non è solamente una parola bensì un concetto e, si sa, non è mai facile tradurre un concetto.
Per i belgradesi kafana non può ridursi al semplice bar, caffè o caffetteria, non è nemmeno quella che noi solitamente identifichiamo come un’antica osteria e nemmeno una trattoria.
Certo vi si beve il caffè, si brinda con gli alcolici, vi si gustano assaggi prelibati della cucina tradizionale serba e balcanica ma la kafana è principalmente un luogo d’incontro, il luogo d’incontro d’elezione della cultura serba.

Le kafane belgradesi negli ultimi decenni sono sopravvissute al susseguirsi di mode, agli attacchi del libero mercato, magari cambiando gestori o eclissandosi per qualche anno per poi riaprire, ma sempre in attesa che il governo si decida a varare una legge che ne riconosca il valore storico-culturale.

L’origine delle Kafana

La prima kafana registrata in città di cui si ha traccia nei resoconti dell’epoca risale al 1522, l’anno successivo all’arrivo dei turchi di Solimano il Magnifico a Belgrado (1521).
Il termine kafana ha paternità turca e, si suppone, quindi che il locale dovesse avere dei tratti ottomani: niente tavoli ma minderluks (divano alla turca), coloratissimi tappeti, narghilè e servire caffe nero turco.
Le prime case del caffè (caffetterie) di Londra, Vienna, Marsiglia e Lipsia apriranno solamente un secolo più tardi, quindi, si può ben dire che la kafana del 1522 di Belgrado è il primo Caffè aperto in Europa.
Il concetto di kafana (caffè) nel corso dei secoli a Belgrado si è trasformato ed allargato dato che non si frequentava la kafana solamente per bere o mangiare ma per farne il fulcro della vita sociale cittadina e il centro di tutti gli eventi significativi.

Branko Dimitrijevich
Branko Dimitrijevich

Divennero quindi luoghi di diffusione delle notizie, vi si concludevano accordi commerciali, vi si concordavano matrimoni, vi si discuteva intensamente di politica tanto che vi si ordivano trame per far cadere governi o farne nascere di nuovi.
Nei kafana il pubblico popolare poteva assistere agli spettacoli teatrali, divennero i principali luoghi d’incontro e confronto per artisti e scrittori, i primi film a Belgrado furono proiettati proprio al loro interno, la prima strada con la luce elettrica di Belgrado fu quella dove si trovava la kafana “Prolece” (Primavera) ed, infine, il primo telefono a squillare in città fu quello del kafana “Tri lista duvana” ( Tre foglie di tabacco).

Le kafana raccontano le storie della Belgrado cosmopolita, crocevia dei Balcani, la “città bianca” del “grande fiume” il Danubio, luogo di importanti fermenti culturali, città di avventurieri, spie e mercanti, snodo centrale e vulnus mai sopito della politica imperiale Asburgica.

Al punto che, tradizione vuole, che proprio ai tavoli della “Zlatna moruna” (Storione dorato), tra una partita di biliardo e un caffè, Gavrilo Princip abbia messo a punto l’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, poi avvenuto effettivamente a Sarajevo il 28 giugno 1914 e che diede inizio alla Prima Guerra Mondiale.
Lui e i suoi accoliti della “Giovane Bosnia” erano assidui frequentatori della “Zatla moruna” e dei suoi tavoli di biliardo.
Perno, quindi, della vita sociale, culturale e politica belgradese la kafana è ben più di un bar o di un caffè ma indica un concetto, uno stile di vita o un modo di vedere il mondo.
Negli anni di Tito, quando il concetto di concorrenza e le “coccole” ai clienti erano estranei alla società jugoslava e vendere o meno non importava molto a chi lavorava nelle kafane , ha fatto sì che il tratto distintivo di questi locali fosse il servizio mediocre e lento.
Tratto che comunque non ne ha impedito una grande diffusione e il numero dei clienti, tutt’altro.
Ma anche ora, in tempi in cui la concorrenza ha monetizzato ogni secondo, l’atmosfera rimane rilassata così come il servizio al cliente.
Branko Dimitrijevich, scrittore belgradese che ha ambientato molti dei suoi libri nelle fumose ed affollate kafane di Belgrado, tratteggia così l’epoca di massima diffusione di questi locali:

“L’età d’oro delle kafane belgradesi si svolse tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Ottanta. Belgrado era la capitale della Jugoslavia, un grande stato multietnico, ed in posti come questo si incontravano persone arrivate da ogni dove. Erano questi individui, con i loro accenti, le loro barzellette e le loro discussioni, a creare quell’atmosfera unica”

Ora, ammette, le cose sono diverse, passati gli anni tragici del discioglimento della Jugoslavia, del nazionalismo e delle guerre, del capitalismo sfrenato e delle mode occidentali:

Mancano gli sloveni, i bosniaci, i croati, i macedoni…”

Ma oltre alla nostalgia dei tempi passati e, probabilmente, per gli anni della giovenezza, oltre le tragiche vicissitudini balcaniche degli ultimi decenni, oltre le mode usa e getta, la cultura della kafana a Belgrado è sopravvissuta.

E’ sopravvissuta grazie ai quei giovani che le hanno rilevate, un minimo riammodernate, decidendo di intraprendere un’impresa che è sì commerciale, si deve pur vivere, ma anche sociale e culturale.

E’ sopravvissuta grazie a quei giovani che, eredi dei loro nonni e padri, affollati,“rifanno il mondo”, seduti ai tavolini tra una birra, un caffè e un ?evap?i?i, scegliendo la kafana perché è confortevole ed economica ma di indiscusso fascino vintage.

Oppure grazie a quei vecchi e tenaci avventori, irrimediabilmente refrattari ai dettami commerciali contemporanei, che si ostinano a proporre una convivialità fatta di caffè, alcol e sigarette, di prelibatezze gastronomiche e ritmi lenti, non meno che di dischi e libri, di discussioni e politica, di cinema e teatro, di barzellette e risate.

Tratto da www.balcanicaucaso.com

Il conflitto del foto-reporter di guerra

Fotografia Sarajevo guerra

La ragazza che corre, storia di una foto

La ragazza che corre è il titolo con cui è divenuta famosa la foto del giornalista e fotoreport Mario Boccia  scattata nel 1993 in una Sarajevo devastata da 17 mesi di bombardamenti. Dopo 20 anni, ripercorriamo le emozioni del giornalista sesso in un suo racconto

Fotografia Sarajevo guerra

la ragazza che corre – il racconto

Un mestiere ambiguo quello del fotoreporter, eppure necessario, irrinunciabile strumento per il racconto della verità ma al tempo stesso mezzo del sensazionalismo dei mass media e della propaganda di parte.
Sempre in bilico tra la caccia a quell’immagine che nessuno ha ancora immortalato, a rischio della vita stessa, e la consapevolezza di quanto sia difficile, se non impossibile,

“produrre visioni della guerra che non siano per la guerra, figuriamoci contro la guerra”

(Michele Smargiassi – republica.it 2014)

Una professione, nei suoi più alti interpreti, vocata al dovere della testimonianza e alla necessità della memoria ma che spesso non è riuscita ad evitare rovinose derive autoreferenziali o propagandistiche.

“Testimoni senza emozioni, voyeur dell’orrore, missionari dell’umanità, propagandisti del potere: è labile e scivoloso il confine fra queste identità, perché la guerra va oltre le esperienze razionalizzabili della vita umana.”

(Michele Smargiassi – repubblica.it 2014)

Molto spesso il “dovere di cronaca” o la rincorsa al sensazionalismo dei media ha fatto sì che il lavoro di quei professionisti che hanno saputo immortalare una storia, raccontare un dramma per immagini ed esaltare la volontà di sopravvivere e di ricostruire in mezzo alle macerie, sia stato in realtà sacrificato e scartato in favore della pura riproposizione del sangue o della morte per un semplice calcolo di vendite.
Ecco Mario Boccia è uno di quei professionisti del fotogiornalismo che non si arrendono nè a questa visione mercantilistica delle immagini nè alla funzione di asettico testimone dell’orrore che molti assegnano al fotoreporter.

“Anche la fotografia è un’opinione, non è mai oggettiva come si può pensare o come spesso gli stessi fotografi vogliono credere. Scegliere un’inquadratura piuttosto che un’altra è un sempre una presa di posizione. Nel racconto c’è sempre un punto di vista, anche se si cerca di essere più fedeli possibili alla verità”.

Sostiene lo stesso Boccia.

Testimone attento ed appassionato delle guerre balcaniche degli anni ’90, critico puntuale della vulgata politico-giornalistica sull’impossibilità della coesistenza inter-etnica, Boccia nei suoi scatti dell’epoca si sofferma spesso sui quei particolari che possono rimarcare gli aspetti multiculturali e multi-religiosi che per secoli hanno contraddistinto la storia degli slavi del sud e la geografia dei Balcani.
Tra queste “La ragazza che corre”, la famosa foto da lui scattata durante l’assedio di Sarajevo il 13 settembre 1993, merita un posto a parte sia per la notorietà raggiunta sia per il racconto da lui stesso fornito sui momenti dello scatto.
Vista di per sé la foto della ragazza che corre sul marciapiede con una borsa che sembra quella della spesa non farebbe necessariamente pensare ad una fotografia di guerra, tanto più che dal suo viso non traspare un’espressione di terrore.
Forse, per dirla con Boccia, è più un’espressione di rassegnazione alla quotidianità delle pallottole vaganti o dei colpi di mortaio e, allo stesso tempo, di sfida e rabbia per la roulette cieca della morte che viene da lontano e,forse, per quel fotografo che le intralcia la via di fuga.

Fonte: www.balcanicaucaso.org

World Press Photo 2016

World Press Photo 2016

L’edizione World Press Photo del 2016 ha designato il suo vincitore: si tratta del fotografo freelance australiano Warren Richardson, che ha raccontato un istante irripetibile e significativo nel punto di confine fra Ungheria e Serbia.

Il titolo della fotografia è Hope for new life, e raffigura il passaggio di un neonato dalle braccia di un uomo, presumibilmente il padre del bambino, a quelle di una figura umana dai contorni indefiniti, che aspetta dall’altra parte del filo spinato.

 

World Press Photo 2016

 

I giurati spiegano che la fotografia di Warren Richardson è stata premiata perchè risulta un’immagine iconica rispetto a quello che è uno dei temi attualmente più caldi, ovvero la crisi dei rifugiati; allo stesso tempo presenta una fortissima carica espressiva, definita quasi pittorica, nonostante l’imperfezione tecnica dovuta alle condizioni contingenti nelle quali è stata realizzata. Il fotografo racconta infatti che il fortunato scatto è stato il risultato di cinque giorni di accampamento insieme ai rifugiati, e delle cinque ore notturne durante le quali ha seguito i movimenti di un numeroso gruppo di persone che passavano sotto il filo spinato, avendo a disposizione solo la sola luce della luna per scattare.

Le fotografie premiate dal World Press Photo devono raccontare qualcosa in più, grazie ad una forza emotiva che le distingua dalle altre sia nei contenuti giornalistici che nell’aspetto estetico.

La fotografia di Warren Richardson dimostra come non sempre la tecnica abbia importanza determinante per la potenza di un’immagine fotografica: Hope for new life è la sintesi perfetta di un’emozione, di un frammento di vita di un individuo, che diventa simbolo di una condizione sociale e di un momento storico collettivo. Nel suo essere fuori fuoco, sottoesposta, e in generale poco definita, riesce a comunicare sensazioni forti proprio grazie alle morbide sfumature di significati, e alla forma con la quale si offre come racconto visivo che diventa quasi archetipo.

Fonte: www.internazionale.it

Reportage: Urali, dove il passato è presente

reportage urali

Un reportage che cattura frammenti di vita quotidiana e li consacra al tempo

La regione russa di Sverdlovsk, accoccolata in un piccolo angolo degli Urali, è come un piccolo teatro impolverato dal tempo: i suoi abitanti vivono ancora con i ritmi e i modi di un passato contadino, lontano dal presente cittadino farcito di tecnologia e corse spesso affannate.  Molte delle persone che vivevano qui si sono trasferite da tempo nelle zone urbane, soprattutto a Ekaterinburg, allontanate dalla crisi dell’industria forestale.

Chi è rimasto, invece, non si è spostato di un millimetro, e non solo geograficamente parlando.

Il fotografo dell’agenzia Reuters Maxim Zmeyev ha fotografati frammenti di vita quotidiana, realizzando un collage di immagini dove la gamma di colori predominante va dal bianco della neve e delle pareti delle case, all’azzurro, verde, e arancio degli oggetti che circondano e avvolgono le persone, nel paesaggio esterno, e negli interni delle loro abitazioni e dei luoghi di lavoro. Tinte che si combinano fra loro quasi a volere accendere di colore il clima freddo di una terra riservata, ma viva della propria peculiare personalità.

Maxim Zmeyev racconta persone che vivono una vita improntata all’autosussistenza, con una semplicità priva di fronzoli e profumata di decoro: si ha la sensazione che vivere a queste latitudini porti a una sorta di purificazione che conduce all’essenziale, descritto in ognuno degli scatti nati durante questo viaggio fra natura ed esseri umani.

Nelle fotografie di Zmeyev leggiamo gli incontri, ascoltiamo la melodia suonata in dono da una fisarmonica, proviamo a fior di pelle il brivido portato dall’alito della neve, compagna delle giornate quotidiane di chi ha scelto di non traslocare da qui la propria vita, e il proprio modo di viverla.

Un reportage che è una matrioska di piccole visioni allacciate le une alle altre come brevi quadri teatrali, che narrano con poche battute storie che si trovano oltre le ordinarie coordinate spazio-temporali.

Fonte: www.internazionale.it