Architettura a Buenos Aires

L’architettura delle abitazioni che sfruttano gli spazi

Ottenere il massimo da pochi metri quadrati. Uno dei principali obiettivi di chi si occupa di architettura e una vera e propria necessità in città dense come Buenos Aires dove ogni porzione di terreno è davvero importante e deve essere utilizzata al massimo delle sue potenzialità.

Ph Lavalleja, il progetto di CCPM Arquitectos

Lo sanno bene Constanza Chiozza e Pedro Magnasco, dello studio CCPM Arquitectos, che hanno realizzato una piccola casa, PH Lavalleja, e un’installazione con tubi di irrigazione e neon, la Galeria Hidrica, che hanno suscitato l’interesse di molti addetti ai lavori, e non solo. Presentata nell’abito di un ciclo di iniziative riguardanti l’ecologia urbana nel quartiere della Boca, PH Lavalleja è un vero e proprio origami all’interno di una fessura tra due terreni adiacenti, che si appoggia su un piccolo volume che serve da corridoio di collegamento tra due case esistenti. Piegando la membrana esterna della nuova casa, i progettisti sono riusciti ad accatastare verticalmente una serie di stanze collegate attraverso delle scale a chiocciola vertiginose. Una soluzione davvero innovativa grazie alla quale si è riusciti ad ottenere ben 89 metri quadrati di superficie disponibile.

Città che si espandono verso l’alto

La casa richiama il profilo casuale dei tetti di lamiera tipici delle residenze a uno o due piani della zona e il profilo segmentato di questo tetto che si piega su sé stesso finisce per diventare la vera facciata dell’edificio. È visibile dalle finestre dei vicini e consente di diffondere luce naturale grazie a finestre, lucernari e tagli collocati in punti strategici, spesso al di sopra delle scale in modo tale che la luce possa penetrare in profondità verso il basso. A dare un tocco in più la struttura vi è un piccolo giardino pensile a cui si può accedere dal salotto e che va a chiudere la cornice di PH Lavalleja. Il giardino, infatti, non è situato come di solito al pian terreno, bensì è sopraelevato, in modo tale da sfruttare in modo ottimale lo spazio.

L’origami in architettura

Un vero e proprio esempio di architettura moderna, quella di PH Lavalleja, che permette di sfruttare al meglio i terreni cittadini, senza dover necessariamente rinunciare ai propri spazi. Una propensione delle case verso l’alto a cui si abbina l’arte dell’origami. Quest’ultima ha da sempre attirato a sé l’attenzione di designer e architetti, per la sua capacità di offrire un senso di rigore e perfezione. In architettura, in particolare,  avviene la trasposizione più fedele della filosofia origami, poiché oltre a riproporre l’appeal delle forme si mira a conservare l’atto della piegatura fornendo allo stesso tempo un’ottima risposta in termini di aspetto e capacità di sfruttare al meglio gli spazi ridotti. Un esempio di architettura, quello proposto da CCPM Arquitectos, che dovrebbe essere utilizzato anche in altre realtà, in modo tale da garantire a tutti delle abitazioni più spaziose anche in presenza di terreni piccoli. A volte, infatti, basta solamente mette in moto la propria inventiva e la struttura PH Lavalleja è il chiaro esempio di architettura da utilizzare in centri urbani che continuano ad espandersi verso l’alto.

Fonte: Abitare

Progetti urbani metropolitani: gli animali al centro

Ogni progetto urbano si basa su interventi volti a tradurre orientamenti di sviluppo economico, sociale e politico in un determinato spazio e ambito sociale. Si tratta in pratica di ricercare una complessità di funzioni urbane integrate che da sole non avrebbero la capacità di ottenere effetti rilevanti sulla società, se non integrati in complessi programmi di riqualificazione. Ciò che definiamo progetto urbano deve essere applicato ad una determinata e specifica porzione della città ed essere la risposta a domande locali e occasione di trasformazioni reali che fanno riferimento a specifici luoghi.

Proprio in questo contesto diventa sempre più forte il desiderio di realizzare progetti urbani in cui al centro vi siano gli animali. Nel secolo scorso, infatti, oltre il 50% degli animali del pianeta Terra è scomparso e pertanto molti progettisti iniziano a interrogarsi su come poter sviluppare nuovi piani in cui favorire la coesistenza integrata fra uomini e animali nelle nostre città.

Il progetto urbano di Parigi

A tal proposito, nel 2008, il progettista Andrea Branzi, assieme a Stefano Boeri, hanno proposto in occasione di un concorso indetto dall’allora presidente francese Sarkozy sul futuro della Grande Parigi, un programma d’intervento non espansivo sulla metropoli parigina, finalizzato al recupero e miglioramento degli spazi interni e sull’inserimento di 50 mila vacche sacre e 30 mila scimmie, liberi di girovagare nei parchi e viali di Parigi, in mezzo agli umani. Il modello alla base di questo progetto urbano prende spunto dalle metropoli dell’India, dove vacche sacre, elefanti e cammelli vivono in città assieme agli uomini. La presenza di animali liberi all’interno di un contesto urbano aiuta a ridurre lo stress e costringono a rallentare il ritmo. Può infatti capitare di vedere una vacca attraversare la strada ed essendo sacra bisogna prestare attenzione a non investirla. In primis, perché si rischia di essere multati, ma anche perché secondo la tradizione locale porta sfortuna. Questo porta di conseguenza a rallentare il proprio ritmo di vita e prestare maggiore attenzione quando ad esempio si guida.

Un modello da esportare

Oggi nelle città europee inizia a verificarsi un fenomeno per certi versi simile. Molti animali selvaggi, infatti, si spingono sempre più spesso nelle città in modo tale da poter accedere più facilmente al cibo, ma anche come conseguenza dell’espansione delle città, che ha ridotto di molto gli spazi liberi a loro disposizione. Ne sono un esempio Roma con i cinghiali, Los Angeles con i lupi e Londra con il problema delle volpi.
Si tratta quindi di elementi imprevedibili che dovrebbero essere inseriti nella definizione dei nuovi progetti urbani. L’identità della città, infatti, non è fatta solamente da monumenti e palazzi, ma soprattutto da chi ci vive. Il progetto di inserire degli animali in metropoli come quella parigina deve essere considerata come una possibilità concreta e fattibile. Gli animali, infatti, diventano parte integrante del sistema e la capacità di convivere con loro aiuterebbe a migliorare le relazioni con ciò che si ha intorno.

Si tratta quindi di un modello da esportare in tutti i progetti urbani, al fine di tutelare gli animali e rispondere all’esigenza della società moderna di rallentare il ritmo e risolvere i problemi nati proprio dalla costruzione di città avvenuta mediante piani attuativi separati.

Fonte: Domus

Architettura verticale per le terrazze di Beirut

Le meravigliose Terrazze di Beirut di Herzog & de Meuron sono la prova che i grattacieli non devono essere le enormi masse di metallo che a volte diventano. Si tratta del primo esempio di villaggio verticale al mondo.

Nella capitale più affollata e vivace del Medio Oriente, queste torri ricordano un’isola, lontana dal traffico e dalla quotidianità.

Merito del design elegante e della location invidiabile: situate sulla costa nel prestigioso quartiere residenziale Mina El Hosn, le terrazze di Beirut sembrano essere accarezzate dalle onde del Mar Mediterraneo.
Una costruzione alta 120 metri ed ospita 129 appartamenti: su ogni piano, la disposizione della terrazza aperta consente ai proprietari di camminare all’aperto con una vista ininterrotta di una città che un tempo era considerata la Parigi del Medio Oriente.

Il progetto vuole rappresentare la stratificazione storica con una sovrapposizione di strati determinati da grandi terrazze per ricavare spazi esterni che migliorano l’efficientamento energetico dell’immobile proteggendo gli spazi interni dai raggi diretti del sole e al contempo, accumulano calore da rilasciare nelle ore serali successive.

L’ingresso al piano terra, è dotato di un ampio spazio verde; e i una serie di giardini pensili puntellano la verticalità dell’edificio,

Tutti gli spazi e gli appartamenti saranno illuminati e ventilati naturalmente.

Un edificio che si spinge ai confini delle costruzioni verticali, con un risultato che lascia senza parole.

Un nuovo ingresso per il Victoria & Albert Museum – Londra

Continua la carrellata delle opere più influenti del 2017, che, per questo post, fa tappa a Londra.

Dall’estate 2017, infatti, l’Albert & Victoria Museum si completa con un nuovo cortile magnificamente progettato da Amanda Levete della ditta londinese AL_A.

Un compito complesso che ha previsto di aggiungere un nuovo design audace a un museo tradizionale in mattoni rossi, rendendo visibile una parte invisibile della struttura. L’architetto ha fatto questo progettando un cortile acuto e inclinato di oltre 10.000 piastrelle artigianali in ceramica . Da lì, i visitatori non saranno solo protagonisti, ma attirati a esplorare la vasta nuova galleria sottoterra.
L’ingresso è stato spostato su Exhibition Road – l’arteria culturale più importante della città e l’edificio si è completato con la galleria Sainsbury, 1100 metri quadrati di sala flessibile, libera da sostegni intermedi, creata appositamente per sostenere l’ ambizioso programma internazionale di mostre temporanee del V&A.

Lo spazio espositivo sotterraneo sarà destinato alle mostre temporanee, mentre il cortile pubblico e il nuovo ingresso creeranno un continuum tra il A&V Museum e gli adiacenti musei che si affacciano su una strada completamente riqualificata e pedonale, che ha l’obiettivo di diventare n il luogo dove la cultura e l’apprendimento sono accessibili a persone di ogni età e provenienza.

Architetti: AL_A , Amanda Levete Architects
Fonte: www.inexhibit.com

Un museo in stile neo-brutalista a Cape Town – Zeits MOCAAL

Lo studio di architettura londinese Heatherwick riprogetta i magazzini del grano di Cape Town e li trasforma nel museo di arte africana più grande del mondo.

Con oltre a 6.000 mq di esposizioni artistiche, lo Zeits MOCAA è il museo d’arte africana più grande del mondo e una vera e propria cattedrale dell’arte in stile neo-brutalista. Ospiterà le opere provenienti dalla Collezione Zeitz, (del 2002 dall’imprenditore Jochen Zeitz).
Diventerà inoltre sede di un istituto per le arti dedicato al costume, alla fotografia, alle performance e al cinema e comprende un giardino di sculture sul tetto, librerie, ristoranti, bar e sale letture.
Gli ultimi 6 piani dell’edificio sono stati destinati al The Silo Hotel un albergo di lusso con con vista panoramica sull’oceano.

La sfida affrontata è stata quella di riuscire a ricavare atri e gallerie sfruttando l’esistente struttura alveolare alta 10 piani, senza snaturare l’autenticità dell’edificio.

Le gallerie sono il frutto della trasformazione di altri 42 cilindri, mentre l’atrio è stato ricavato dal taglio di 22 dei 116 tubi cilindri di cemento, mentre ancora oggi visibili sulla sommità del soffitto.

Oliver Wainwright, di The Guardian, descrive il museo come

uno spazio elettrizzante di cilindri di cemento che si tuffano dal soffitto come stalattiti intagliate, attraverso le quali scivolano le scale a spirale e gli ascensori di vetro.

I magazzini del grano di Cape Town furono l’edificio più alto del Sudafrica, mentre oggi sono solo uno delle 22 mega costruzioni che punteggiano il V&A Waterfront, il nuovo quartiere in pieno sviluppo che sorge tra il porto di Città del Capo e la celebre Table Mountain.

Renderlo agibile al pubblico significa restitutire alla città il simbolo del suo passato industriale alimentando il traffico di quasi 100.000 persone che affollano ogni giorno le vie del lungomare.

L’amaro in bocca che rimane è quello di vedere spese ingenti somme di denaro per un museo privato, mentre i luoghi pubblici della cultura africana restano dimenticati; così come quello di vedere investire in complessi già molto turistici, senza pensare a percorsi alternativi che potrebbero contribuire ad un benessere più diffuso e meno turistico.

Fonte: www.architecturaldigest.com