Columbia University

 

Il campus della University of British Columbia di Vancouver occupa un lembo di terra circondato su tre lati dalle acque dello stretto di Georgia e diviso dalla città da un’ampia riserva naturale.  Lo spazio aperto che protegge e isola il campus si infiltra e si frammenta tra le strutture universitarie diventando spazio pubblico e disegnando una trama che mette in relazione l’acqua con il bosco, il mare con il parco, il mondo accademico con la città e la natura. La nuova sede della facoltà di scienze farmaceutiche si trova su uno degli assi che dal mare portano alla riserva naturale a est: luogo di passaggio, ma anche di sosta per lo scambio e l’incontro. è lo spazio aperto che struttura, scava e dà forma al nuovo edificio, sono i materiali e le trame del vuoto a disegnarne le superfici e i volumi.


Il riferimento al bosco è chiaro in ogni scelta progettuale: dall’attacco a terra, al sistema di cavedi che porta luce nell’edificio, alla scomposizione della facciata simile a quella geometrizzata delle foglie mosse dal vento, come in una astrazione di Mondrian.
Il sole che colpisce le foglie, il vento che le fa ondeggiare restituiscono un’immagine delle chiome sempre mossa e vibrante: i volumi a sbalzo più o meno arretrati della facciata sud-occidentale, alcuni esposti alla luce, altri in ombra, imitano la dinamicità delle fronde mosse dall’aria.

Fonte: www.theplan.it

La Scuola Altoatesina tra natura e artificio

Esiste una scuola altoatesina di architettura? No, se in senso stretto intendiamo per scuola un gruppo organizzato di architetti che si ispira a un maestro o a più maestri riconosciuti, condivide una poetica, si presenta al pubblico attraverso iniziative comuni, fa riferimento a una sede universitaria e proselitismo tra gli studenti di architettura.


Eppure, in un senso meno stringente, si può parlare di una scuola altoatesina. A contraddistinguerla sarebbero due fatti. Il primo è che da un decennio a questa parte vi è nell’area geografica che ha come epicentri Bolzano, Vipiteno e Bressanone un’eccezionale fioritura di architetture di qualità. Dovuta a enti pubblici efficienti che hanno saputo moltiplicare le risorse a disposizione – spesso generose per l’autonomismo di cui gode il territorio – mantenendo alta la domanda edilizia, e a un’imprenditoria privata pronta a investire in settori innovativi, puntare sulla sostenibilità e il risparmio energetico, valorizzare i materiali naturali e in primo luogo il legno e che, invece di entrare in crisi come in altre regioni d’Italia, è stata capace di rilanciare il settore delle costruzioni. Il secondo motivo è che in quest’area si sta operando in maniera originale l’esperimento di coniugare linguaggio moderno e attenzione alla natura con una nuova versione dell’architettura organica.

La Casa smontabile

Nessuna luce elettrica. Solo un telaio in legno di larice giapponese, rivestito esternamente da poliestere e internamente da una membrana in fibra di vetro. Tra questi due strati, si trova un materiale isolante realizzato riciclando le bottiglie di plastica Pet, in grado di filtrare la luce del sole. È tutto questo, e molto altro, la casa sperimentale, smontabile e traslucida, pensata per sfruttare al massimo la luce naturale e il suo calore nel freddo clima di Hokkaid?, Giappone. Si chiama Meme Meadows ed è stata partorita dalla mente degli architetti del celebre studio Kengo Kuma and Associates

Fonte: www.greenme.it

 

Gino Sarfatti: il design della luce

Triennale di Milano
mart-dom: 10.30 – 20.30
giov: 10.30- 23.00

Triennale Design Museum con Flos presenta la prima grande mostra italiana dedicata a Gino Sarfatti, a cura di Marco Romanelli e Sandra Severi Sarfatti, nella ricorrenza del centenario della sua nascita.
Un’ occasione per consacrare a tutti gli effetti Gino Sarfatti fra i Maestri del design italiano e internazionale e ripercorrere  le sue opere pionieristiche nel settore dell’illuminazione.
I pezzi esprimono il legame tra luce e spazio e rappresentano delle sperimentazioni e invenzioni relative alle nuove sorgenti luminose.
Dagli anni trenta ai settanta, Gino Sarfatti ha sviluppato più di 650 pezzi, prodotti tramite Arteluce, l’azienda che l’artista stesso fondò e distribuiti a livello nazionale e internazionale.

Fonte: www.triennale.it