Co-housing solidale, l’abitare collaborativo

co-housing milano

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Il co-housing, è la forma dell’abitare che racchiude nuovi valori del vivere l’abitazione in modo diverso, inclusivo, relazionale, solidale ed ecologico, praticare nuove forme di aggregazione, costruire reti di competenze professionali trasformandole in tal modo da individuali a collettive.

Una realtà che, lentamente sta prendendo piede anche in Italia.

Co-housing in Italia

Si parla di co-housing per la prima volta in Scandinavia all’inizio degli anni ’60, successivamente il fenomeno si allarga al resto del Nord Europa e agli Stati Uniti, in Italia il concetto di abitare collaborativo prende piede solo negli ultimi anni.
Infatti, se è pur vero che in Italia esistono da molti anni molteplici esempi di edilizia abitativa cooperativistica, il concetto di co-housing risulta in realtà fondamentalmente diverso e nuovo nel nostro paese.

Allo stesso modo non è nemmeno la riproduzione sotto mentite spoglie della “comune” di derivazione sessantottesca.

In sostanza il co-housing è una specie di condominio costituito da un gruppo di vicini che hanno singole abitazioni ma che partecipano ad un progetto di condivisione di spazi, servizi, tempi e, fondamentalmente, valori.
Agli spazi delle abitazioni private si aggiungono spazi interni ed esterni di solito utilizzati come lavanderie, mense, laboratori per lo svago di adulti e bambini, biblioteche/librerie, nidi familiari, orti comunitari, fino al car-sharing a seconda delle esigenze delle famiglie dell’abitato.
La rete di protezione, intesa non come recinto perimetrale bensì unione delle necessità-disponibilità, si allarga rendendo il co-housing una sorta di “villaggio” in cui tutti si conoscono e si relazionano in modo propositivo alle esigenze dei vari abitanti.

Co-housing e valori condivisi

Alla base della scelta per il co-housing risulta fondamentale l’accettazione del concetto di sostenibilità, articolato nel suo aspetto sociale, il recupero quindi di rapporti umani basati sul rispetto e la comunicazione atti ad aumentare il benessere e l’armonia di tutti, ambientale, praticare comportamenti rispettosi dell’ambiente dalla costruzione della casa alla cura delle aree verdi, ed infine economico, ridurre gli sprechi riparando e auto-producendo.

Base Gaia, il co-housing a Milano

co-housing base gaia
Base Gaia – i fondatori

Il progetto di co-housing Base Gaia si innesta su un territorio, quello milanese, che ha già visto crescere esperienze di questo tipo ma, in realtà, risulta innovativo se non altro per la filosofia che ne sta alla base.
Se, infatti, gli altri co-housing del territorio sono scaturiti da progetti che vedevano coinvolti costruttori privati, unità di ricerca della facoltà di design di Milano e cohousing.it, Base Gaia è l’esito di un processo ideato e auto-organizzato dai partecipanti che lo abiteranno.

Il progetto Base Gaia è quindi il risultato non di singole adesioni ad un progetto pre-esistente di co-housing ma la libera associazione di un gruppo di nuclei famigliari, inizialmente 4 arrivati successivamente a 10, che ha dapprima sentito l’esigenza dar vita a nuove forme dell’abitare, poi l’ha condivisa ed organizzata con altri fino a progettarla fattivamente.

Un percorso, va da se, non velocissimo, non fosse altro per arrivare al numero sufficiente dei nuclei familiari e per rintracciare i professionisti, architetto commercialista e avvocato, adatti a recepire in pieno la filosofia di tutta l’operazione.

Una gestazione lenta insomma che, invece di fiaccare i sogni degli aderenti a Basa Gaia, è stata l’occasione per confronti serrati sulle modalità dello stare assieme, sulle necessità architettoniche della casa, di creare rete ancor prima dell’abitare assieme.
L’esperienza auto-organizzativa di Base Gaia crea un nuovo modello all’interno del già innovativo mondo del cohousing, evidenziandone la capacità auto-rigenerativa e valorizzandone l’intrinseca progettualità dal basso.
Un modello di co-housing cooperativo, si spera, sempre più replicato perché come dicono gli stessi abitanti di Base Gaia

“…condividere un percorso condiviso per un abitare collaborativo significa essere disposto a intrecciare vite, esperienze, storie, abitudini e interessi, perché questo diventi un motore di energia pulita e rinnovabile in tutti i sensi”

Fonte: www.vita.it

Energia pulita: il Regno Unito supera la soglia del 50%

Nel Regno Unito metà dell’elettricità che viene prodotta proviene da fonti pulite: si tratta di un traguardo che è stato raggiunto per la prima volta nel 2016, e in particolare nel terzo trimestre dello scorso anno, come è stato annunciato dal dipartimento britannico dell’energia. Dal luglio a settembre, quindi, il 50% dell’energia è derivato da fonti non inquinanti: il rapporto fornito dal dipartimento rivela, in particolare, che un quarto del totale dell’elettricità è stato frutto delle energie rinnovabili, mentre un altro quarto è stato ricavato grazie alle centrali nucleari.

La notizia positiva è che il 25% di tutta l’energia sia di provenienza “rinnovabile”, cosa che è stata possibile in virtù di una notevole crescita sia nel settore del fotovoltaico che in quello dell’eolico. Va detto, in ogni caso, che almeno per il momento è ancora il gas naturale la fonte più importante di energia in Gran Bretagna, con una quantità che si attesta sul 43.6%, mentre è stata registrata una lieve discesa del carbone, che si è fermato al 3.6%. Tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord ci sono, comunque, delle differenze piuttosto significative: i riscontri più positivi arrivano dalla Scozia, dove ben il 77% del mix energetico è costituito dalle fonti a basso tenore di carbonio.

Ma non è questa la sola bella notizia per gli ambientalisti di Oltremanica: dal Regno Unito, infatti, è stato reso noto che l’ultima centrale a carbone presente sul territorio sarà chiusa entro i prossimi nove anni, prima della fine del 2025. Anche per questo motivo si sta investendo molto sulle rinnovabili: ci si vuole svincolare sempre di più dalle fonti non rinnovabili, di cui il carbone è un chiaro esempio. La produzione di elettricità resa possibile dalle centrali a carbone nel 2016 ha conosciuto un calo evidente ed è scesa a meno del 17%, con una riduzione di ben due terzi nel giro di un anno. La strada intrapresa sembra essere quella giusta, insomma.

Sgravi fiscali e riparazioni. L’esempio svedese

Come si fa a ridurre la quantità di rifiuti che vengono prodotti?

Semplice: si prova a ripare ciò che non funziona evitando di gettarlo nella pattumiera. Questa, almeno, è la strategia a cui hanno pensato in Svezia, dove il Governo sta lavorando su una proposta di legge finalizzata a introdurre sgravi fiscali a favore di chi ripara e, in particolare, per il recupero di elettrodomestici, di bici, di calzature e di abiti.

Incentivi che, secondo quel che ha spiegato il ministro delle Finanze Per Bolund, dovrebbero essere in grado di ridurre i costi in modo significativo, in modo tale che la scelta di riparare la merce sia più razionale dal punto di vista economico.

 

Il governo svedese, per altro, è da tempo impegnato nel tentativo di ridurre la propria impronta di carbonio: le emissioni di anidride carbonica si sono ridotte di più del 20% rispetto ai valori degli inizi degli anni Novanta, ma sono cresciute quelle connesse al consumo.

Ciò non toglie che vi sia un interesse sempre più consistente, da parte degli stessi consumatori svedesi, per un consumo più sostenibile.

Ecco, quindi, che il governo scandinavo ha ipotizzato un percorso da seguire, con la proposta normativa che intende tagliare l’aliquota Iva, dal 25 al 12%, sulle riparazioni di scarpe, vestiti e biciclette.

Non è tutto: nel caso in cui la proposta di legge venisse approvata, i consumatori avrebbero la possibilità di chiedere un rimborso per il costo delle riparazioni delle lavatrici, delle lavastoviglie, dei forni e dei frigoriferi che potrebbe essere scaricato sull’imposta sul reddito.

I calcoli di cui parla Bolund riferiscono che, così facendo, le spese sostenute si ridurrebbero di più del 10%. A esserne favorito sarebbe di certo il mercato nazionale del recupero, anche se – d’altro canto – è facile prevedere una levata di scudi da parte delle varie aziende che producono gli elettrodomestici.

Fonte: rinnovabili.it

Architettura sostenibile e falsi miti

architettura sostenibile

architettura sostenibileL’ambientalismo è un tema sempre più caldo, diventato ormai un mare magnum nel quale ci si perde facilmente. Nel 1986 l’ambientalista Jay Westerweld ha coniato un neologismo: greenwashing, ovvero la velleitaria auto-attribuzione di virtù ambientaliste in diversi ambiti, da quello aziendale a quello dell’associazionismo, fino alla politica.

Allo stesso modo è stato detto tanto sull’Architettura Sostenibile, creando confusione sul reale significato del termine. Molti falsi miti sono stati creati per nascondere spesso attività pesantemente impattanti da parte di soggetti per i quali agire in modo sostenibile rappresenta una soluzione “scomoda“.

Importante per districarsi fra le diverse opinioni è capire innanzitutto cosa si intenda per sostenibilità, ovvero un processo di sviluppo che tenga conto dell’equilibrio fra capitale economico, umano e naturale, e che porti a un miglioramento sensibile e duraturo della qualità della vita.

Architettura sostenibile: le bugie da smascherare

  1. La sostenibilità costa
    In ogni ambito della vita quotidiana è facile riconoscere come le soluzioni considerate più rapide ed economiche si rivelino alla lunga infruttuose e dispendiose. Lo stesso vale per le costruzioni sostenibili, che a fronte di un ormai irrisorio investimento iniziale, portano a un incremento medio dell’1,4% con un risparmio energetico che arriva fino al 35% in più rispetto a quelle tradizionali.
  2. Risparmio energetico significa sostenibilità
    Non sempre è così: un edificio che rientra nella classe energetica A potrebbe non rispondere ad altri parametri di sostenibilità, quali ad esempio i materiali usati per la costruzione, quelli di isolamento termico, la posizione dell’edificio, la vivibilità, e molti altri fattori che concorrono a una visione olistica del tema. 
  3. Sostenibilità e architettura di qualità non vanno d’accordo
    Nulla di più sbagliato. Perchè possa essere considerato valido è necessario infatti che in un progetto architettonico obiettivi congiunti siano la qualità della vita e la qualità della forma.

Fonte: Alberto Motterle per www.vvox.it

Case e costruzioni in legno

costruzioni legno

costruzioni legnoDati confortanti per l’Italia che si posiziona al al quarto posto in Europa tra i paesi produttori di costruzioni in legno, segno dell’evidente presa che l’edilizia sostenibile acquista anche nel Bel Paese.

I vantaggi di una scelta che vada in questa direzione sono tanti, e riguardano fattori di risparmio sia ecologico che economico.

Il legno è un materiale antico, che sempre più sta tornando all’attenzione per le numerose caratteristiche che lo rendono la risposta ideale a esigenze attuali, estetiche e funzionali.

I vantaggi delle costruzioni in legno

Una casa in legno, isolata con materiali naturali, consente un risparmio energetico del 40% in più rispetto all’edilizia tradizionale, e risparmio di tempo di lavoro, in quanto il processo di costruzione risulta più rapido.

Il legno è un materiale resistente, duraturo, e sicuro: è un materiale ottimale per edifici antisismici, e nonostante possa sembrare paradossale, si rivela allo stesso modo affidabile in caso di incendio, essendo un cattivo conduttore di calore. Offre anche alti livelli di comfort, essendo un ottimo isolante, sia termico che acustico.

E’ un materiale vivo e flessibile, che si adatta di volta in volta alle condizioni climatiche. Assorbendo l’umidità dell’aria quando è in eccesso, e rilasciandola quando invece è troppo asciutta, riesce a evitare il formarsi di muffe e condense. Garantisce quindi anche l’igiene della casa, essendo oltretutto anche facile da pulire.

La scelta di una casa in legno rientra fra le soluzioni che aiutano l’ambiente: il legno infatti è un alleato nell’azione di contrasto di quella che è una delle maggiori cause di inquinamento del nostro tempo, ovvero l’aumento del CO2, perchè è un materiale CO2 neutro, ovvero accumula una tonnellata di CO2 per metro quadro, rendendo quindi migliore l’aria che si respira.

Si può quindi concludere facilmente come il legno sia un materiale che racchiude in se stesso molteplici vantaggi, che fanno cadere senz’altro la bilancia dalla sua parte, anche nel caso della progettazione di un edificio abitativo.

Fonte: Alberto Motterle per www.vvox.it