Micro architettura ecologica

La casa compatta di Muji

Il sogno green di abbattere l’economia del mattone, per preferire abitazioni più ecologiche ed eco-compatibile, senza ingombri, senza obblighi è un sogno sempre più vicino alla realtà.

A renderlo attuale ci ha pensato Muji, brand giapponese no-logo, che alla Tokyo Design Week presenta la prima vera casa compatta (solo 9 mq.), prefabbricata e low-cost.

La progettazione è minimal e funzionale, come ci si aspetta da un prodotto Muji:
una grande porta scorrevole in vetro (originariamente progettata per un negozio) regala grande luminosità, mentre la ventilazione è affidata alla piccola finestra posta sul retro.

La struttura è interamente realizzata in legno giapponese, le pareti esterne sono trattate con un metodo shou sugi di “carbonizzazione” un materiale isolante usato per le antiche navi del Sol Levante, atto a prolungare la durata del materiale e a renderlo maggiormente resistente agli agenti atmosferici, impermeabile e ignifugo.

Anche gli interni, in cipresso non trattato e compensato, sono lineari e puliti: un design minimale che lascia libertà di finitura ai proprietari.

Fondamenta in calcestruzzo, infine, isolano dal terreno e migliorano la durata della struttura.

La casa ha una veranda sull’ingresso, adatta a ospitare 3-4 persone.

Quando sarà possibile acquistarla?

L’obiettivo Muji è di metterla in commercio entro la fine dell’anno al costo di 21.000 sterline

Leggi l’articolo originale su Dezeen

Inquinamento e premi Pulitzer

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Come un piccolo giornale di famiglia può  vincere il principale premio al giornalismo

Il prestigioso premio Pulitzer 2017 per la categoria “editoriali” quest’anno è stato vinto sorprendentemente da una piccola testata locale dell’Iowa.
Stato agricolo per eccellenza, l’Iowa fa parte integrante di quel Midwest profondo che raramente assurge alle cronache nazionali e men che meno a quelle internazionali, spesso considerato, in patria come all’estero, solamente come il granaio degli Stati Uniti grazie alla sua agricoltura industriale.
Non so se avete presente quei panorami, visti spesso nei film americani, fatti di sterminati campi di mais o simili, che si susseguono senza poter capire dove ne finisca uno e dove ne inizi un altro, ecco quello è il tipico paesaggio dell’Iowa.
Recentemente l’Iowa, come i suoi vicini del Midwest, hanno avuto il privilegio dell’attenzione dei media in quanto Stati determinanti per l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Storm Lake Time: Come nasce un giornale di inchiesta

Ed è proprio in un tale contesto rurale e un po’ sonnolento che Art e John Cullen hanno fondato lo Storm Lake Times, un bisettimanale a “conduzione famigliare” della piccola cittadina di Storm Lake, 3.000 copie di tiratura e una redazione di 10 persone tutte più o meno imparentate.
Art è l’editorialista e vincitore del Pulitzer, la moglie Dolores la fotografa, il figlio Tom è il giornalista d’inchiesta.
La missione che fin dall’inizio hanno perseguito, come novelli Erin Brockovich, è stata quella di informare i concittadini sullo stato di salute del ambiente e principalmente dell’acqua, di monitorare costantemente gli abusi delle grandi aziende agricole a danno di terreni e falde acquifere.

Nello specifico gli editoriali per cui è stato premiato riguardano lo stato di inquinamento da nitrati del fiume Raccoon e il tentativo delle autorità di tenere nascosta la reale portata del problema.
Autorità che di fronte all’incalzare della penna di Art e alle proteste dei cittadini da essa sobillati sono dovute tornare sui propri passi e riconoscere l’entità del problema ambientale a Storm Lake.
Commentando sul suo giornale la vittoria del Pulitzer, Cullen scrive:

Three weeks ago I was an obscure country editor. A nobody except in my mind.
Two weeks ago we started getting calls from big book publishers and Hollywood producers. And agents.
So, yes, we’re trying to calm down and get back to country newspapering.
But it is hard to be a nobody right now, and I hope to use it for Iowa.

Irriverenti e pugnaci, gli editoriali ambientalisti di Art Cullen hanno sferzato la tranquillità apparente di Storm Lake e dintorni, risvegliato coscienze ecologiste nei concittadini e fustigato interessi consolidati, senza mai timore di pestare i piedi a qualcuno e anche a scapito dei propri interessi (vedi alla voce “inserzionisti”).

Fonte: corriere.it

Co-housing solidale, l’abitare collaborativo

co-housing milano

co-housing milano

Il co-housing, è la forma dell’abitare che racchiude nuovi valori del vivere l’abitazione in modo diverso, inclusivo, relazionale, solidale ed ecologico, praticare nuove forme di aggregazione, costruire reti di competenze professionali trasformandole in tal modo da individuali a collettive.

Una realtà che, lentamente sta prendendo piede anche in Italia.

Co-housing in Italia

Si parla di co-housing per la prima volta in Scandinavia all’inizio degli anni ’60, successivamente il fenomeno si allarga al resto del Nord Europa e agli Stati Uniti, in Italia il concetto di abitare collaborativo prende piede solo negli ultimi anni.
Infatti, se è pur vero che in Italia esistono da molti anni molteplici esempi di edilizia abitativa cooperativistica, il concetto di co-housing risulta in realtà fondamentalmente diverso e nuovo nel nostro paese.

Allo stesso modo non è nemmeno la riproduzione sotto mentite spoglie della “comune” di derivazione sessantottesca.

In sostanza il co-housing è una specie di condominio costituito da un gruppo di vicini che hanno singole abitazioni ma che partecipano ad un progetto di condivisione di spazi, servizi, tempi e, fondamentalmente, valori.
Agli spazi delle abitazioni private si aggiungono spazi interni ed esterni di solito utilizzati come lavanderie, mense, laboratori per lo svago di adulti e bambini, biblioteche/librerie, nidi familiari, orti comunitari, fino al car-sharing a seconda delle esigenze delle famiglie dell’abitato.
La rete di protezione, intesa non come recinto perimetrale bensì unione delle necessità-disponibilità, si allarga rendendo il co-housing una sorta di “villaggio” in cui tutti si conoscono e si relazionano in modo propositivo alle esigenze dei vari abitanti.

Co-housing e valori condivisi

Alla base della scelta per il co-housing risulta fondamentale l’accettazione del concetto di sostenibilità, articolato nel suo aspetto sociale, il recupero quindi di rapporti umani basati sul rispetto e la comunicazione atti ad aumentare il benessere e l’armonia di tutti, ambientale, praticare comportamenti rispettosi dell’ambiente dalla costruzione della casa alla cura delle aree verdi, ed infine economico, ridurre gli sprechi riparando e auto-producendo.

Base Gaia, il co-housing a Milano

co-housing base gaia
Base Gaia – i fondatori

Il progetto di co-housing Base Gaia si innesta su un territorio, quello milanese, che ha già visto crescere esperienze di questo tipo ma, in realtà, risulta innovativo se non altro per la filosofia che ne sta alla base.
Se, infatti, gli altri co-housing del territorio sono scaturiti da progetti che vedevano coinvolti costruttori privati, unità di ricerca della facoltà di design di Milano e cohousing.it, Base Gaia è l’esito di un processo ideato e auto-organizzato dai partecipanti che lo abiteranno.

Il progetto Base Gaia è quindi il risultato non di singole adesioni ad un progetto pre-esistente di co-housing ma la libera associazione di un gruppo di nuclei famigliari, inizialmente 4 arrivati successivamente a 10, che ha dapprima sentito l’esigenza dar vita a nuove forme dell’abitare, poi l’ha condivisa ed organizzata con altri fino a progettarla fattivamente.

Un percorso, va da se, non velocissimo, non fosse altro per arrivare al numero sufficiente dei nuclei familiari e per rintracciare i professionisti, architetto commercialista e avvocato, adatti a recepire in pieno la filosofia di tutta l’operazione.

Una gestazione lenta insomma che, invece di fiaccare i sogni degli aderenti a Basa Gaia, è stata l’occasione per confronti serrati sulle modalità dello stare assieme, sulle necessità architettoniche della casa, di creare rete ancor prima dell’abitare assieme.
L’esperienza auto-organizzativa di Base Gaia crea un nuovo modello all’interno del già innovativo mondo del cohousing, evidenziandone la capacità auto-rigenerativa e valorizzandone l’intrinseca progettualità dal basso.
Un modello di co-housing cooperativo, si spera, sempre più replicato perché come dicono gli stessi abitanti di Base Gaia

“…condividere un percorso condiviso per un abitare collaborativo significa essere disposto a intrecciare vite, esperienze, storie, abitudini e interessi, perché questo diventi un motore di energia pulita e rinnovabile in tutti i sensi”

Fonte: www.vita.it

Energia pulita: il Regno Unito supera la soglia del 50%

Nel Regno Unito metà dell’elettricità che viene prodotta proviene da fonti pulite: si tratta di un traguardo che è stato raggiunto per la prima volta nel 2016, e in particolare nel terzo trimestre dello scorso anno, come è stato annunciato dal dipartimento britannico dell’energia. Dal luglio a settembre, quindi, il 50% dell’energia è derivato da fonti non inquinanti: il rapporto fornito dal dipartimento rivela, in particolare, che un quarto del totale dell’elettricità è stato frutto delle energie rinnovabili, mentre un altro quarto è stato ricavato grazie alle centrali nucleari.

La notizia positiva è che il 25% di tutta l’energia sia di provenienza “rinnovabile”, cosa che è stata possibile in virtù di una notevole crescita sia nel settore del fotovoltaico che in quello dell’eolico. Va detto, in ogni caso, che almeno per il momento è ancora il gas naturale la fonte più importante di energia in Gran Bretagna, con una quantità che si attesta sul 43.6%, mentre è stata registrata una lieve discesa del carbone, che si è fermato al 3.6%. Tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord ci sono, comunque, delle differenze piuttosto significative: i riscontri più positivi arrivano dalla Scozia, dove ben il 77% del mix energetico è costituito dalle fonti a basso tenore di carbonio.

Ma non è questa la sola bella notizia per gli ambientalisti di Oltremanica: dal Regno Unito, infatti, è stato reso noto che l’ultima centrale a carbone presente sul territorio sarà chiusa entro i prossimi nove anni, prima della fine del 2025. Anche per questo motivo si sta investendo molto sulle rinnovabili: ci si vuole svincolare sempre di più dalle fonti non rinnovabili, di cui il carbone è un chiaro esempio. La produzione di elettricità resa possibile dalle centrali a carbone nel 2016 ha conosciuto un calo evidente ed è scesa a meno del 17%, con una riduzione di ben due terzi nel giro di un anno. La strada intrapresa sembra essere quella giusta, insomma.

Sgravi fiscali e riparazioni. L’esempio svedese

Come si fa a ridurre la quantità di rifiuti che vengono prodotti?

Semplice: si prova a ripare ciò che non funziona evitando di gettarlo nella pattumiera. Questa, almeno, è la strategia a cui hanno pensato in Svezia, dove il Governo sta lavorando su una proposta di legge finalizzata a introdurre sgravi fiscali a favore di chi ripara e, in particolare, per il recupero di elettrodomestici, di bici, di calzature e di abiti.

Incentivi che, secondo quel che ha spiegato il ministro delle Finanze Per Bolund, dovrebbero essere in grado di ridurre i costi in modo significativo, in modo tale che la scelta di riparare la merce sia più razionale dal punto di vista economico.

 

Il governo svedese, per altro, è da tempo impegnato nel tentativo di ridurre la propria impronta di carbonio: le emissioni di anidride carbonica si sono ridotte di più del 20% rispetto ai valori degli inizi degli anni Novanta, ma sono cresciute quelle connesse al consumo.

Ciò non toglie che vi sia un interesse sempre più consistente, da parte degli stessi consumatori svedesi, per un consumo più sostenibile.

Ecco, quindi, che il governo scandinavo ha ipotizzato un percorso da seguire, con la proposta normativa che intende tagliare l’aliquota Iva, dal 25 al 12%, sulle riparazioni di scarpe, vestiti e biciclette.

Non è tutto: nel caso in cui la proposta di legge venisse approvata, i consumatori avrebbero la possibilità di chiedere un rimborso per il costo delle riparazioni delle lavatrici, delle lavastoviglie, dei forni e dei frigoriferi che potrebbe essere scaricato sull’imposta sul reddito.

I calcoli di cui parla Bolund riferiscono che, così facendo, le spese sostenute si ridurrebbero di più del 10%. A esserne favorito sarebbe di certo il mercato nazionale del recupero, anche se – d’altro canto – è facile prevedere una levata di scudi da parte delle varie aziende che producono gli elettrodomestici.

Fonte: rinnovabili.it