I kafana di Belgrado

Kafana, luoghi d’elezione della cultura serba

Kafana non è solamente una parola bensì un concetto e, si sa, non è mai facile tradurre un concetto.
Per i belgradesi kafana non può ridursi al semplice bar, caffè o caffetteria, non è nemmeno quella che noi solitamente identifichiamo come un’antica osteria e nemmeno una trattoria.
Certo vi si beve il caffè, si brinda con gli alcolici, vi si gustano assaggi prelibati della cucina tradizionale serba e balcanica ma la kafana è principalmente un luogo d’incontro, il luogo d’incontro d’elezione della cultura serba.

Le kafane belgradesi negli ultimi decenni sono sopravvissute al susseguirsi di mode, agli attacchi del libero mercato, magari cambiando gestori o eclissandosi per qualche anno per poi riaprire, ma sempre in attesa che il governo si decida a varare una legge che ne riconosca il valore storico-culturale.

L’origine delle Kafana

La prima kafana registrata in città di cui si ha traccia nei resoconti dell’epoca risale al 1522, l’anno successivo all’arrivo dei turchi di Solimano il Magnifico a Belgrado (1521).
Il termine kafana ha paternità turca e, si suppone, quindi che il locale dovesse avere dei tratti ottomani: niente tavoli ma minderluks (divano alla turca), coloratissimi tappeti, narghilè e servire caffe nero turco.
Le prime case del caffè (caffetterie) di Londra, Vienna, Marsiglia e Lipsia apriranno solamente un secolo più tardi, quindi, si può ben dire che la kafana del 1522 di Belgrado è il primo Caffè aperto in Europa.
Il concetto di kafana (caffè) nel corso dei secoli a Belgrado si è trasformato ed allargato dato che non si frequentava la kafana solamente per bere o mangiare ma per farne il fulcro della vita sociale cittadina e il centro di tutti gli eventi significativi.

Branko Dimitrijevich
Branko Dimitrijevich

Divennero quindi luoghi di diffusione delle notizie, vi si concludevano accordi commerciali, vi si concordavano matrimoni, vi si discuteva intensamente di politica tanto che vi si ordivano trame per far cadere governi o farne nascere di nuovi.
Nei kafana il pubblico popolare poteva assistere agli spettacoli teatrali, divennero i principali luoghi d’incontro e confronto per artisti e scrittori, i primi film a Belgrado furono proiettati proprio al loro interno, la prima strada con la luce elettrica di Belgrado fu quella dove si trovava la kafana “Prolece” (Primavera) ed, infine, il primo telefono a squillare in città fu quello del kafana “Tri lista duvana” ( Tre foglie di tabacco).

Le kafana raccontano le storie della Belgrado cosmopolita, crocevia dei Balcani, la “città bianca” del “grande fiume” il Danubio, luogo di importanti fermenti culturali, città di avventurieri, spie e mercanti, snodo centrale e vulnus mai sopito della politica imperiale Asburgica.

Al punto che, tradizione vuole, che proprio ai tavoli della “Zlatna moruna” (Storione dorato), tra una partita di biliardo e un caffè, Gavrilo Princip abbia messo a punto l’attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, poi avvenuto effettivamente a Sarajevo il 28 giugno 1914 e che diede inizio alla Prima Guerra Mondiale.
Lui e i suoi accoliti della “Giovane Bosnia” erano assidui frequentatori della “Zatla moruna” e dei suoi tavoli di biliardo.
Perno, quindi, della vita sociale, culturale e politica belgradese la kafana è ben più di un bar o di un caffè ma indica un concetto, uno stile di vita o un modo di vedere il mondo.
Negli anni di Tito, quando il concetto di concorrenza e le “coccole” ai clienti erano estranei alla società jugoslava e vendere o meno non importava molto a chi lavorava nelle kafane , ha fatto sì che il tratto distintivo di questi locali fosse il servizio mediocre e lento.
Tratto che comunque non ne ha impedito una grande diffusione e il numero dei clienti, tutt’altro.
Ma anche ora, in tempi in cui la concorrenza ha monetizzato ogni secondo, l’atmosfera rimane rilassata così come il servizio al cliente.
Branko Dimitrijevich, scrittore belgradese che ha ambientato molti dei suoi libri nelle fumose ed affollate kafane di Belgrado, tratteggia così l’epoca di massima diffusione di questi locali:

“L’età d’oro delle kafane belgradesi si svolse tra la fine degli anni Sessanta e i primissimi anni Ottanta. Belgrado era la capitale della Jugoslavia, un grande stato multietnico, ed in posti come questo si incontravano persone arrivate da ogni dove. Erano questi individui, con i loro accenti, le loro barzellette e le loro discussioni, a creare quell’atmosfera unica”

Ora, ammette, le cose sono diverse, passati gli anni tragici del discioglimento della Jugoslavia, del nazionalismo e delle guerre, del capitalismo sfrenato e delle mode occidentali:

Mancano gli sloveni, i bosniaci, i croati, i macedoni…”

Ma oltre alla nostalgia dei tempi passati e, probabilmente, per gli anni della giovenezza, oltre le tragiche vicissitudini balcaniche degli ultimi decenni, oltre le mode usa e getta, la cultura della kafana a Belgrado è sopravvissuta.

E’ sopravvissuta grazie ai quei giovani che le hanno rilevate, un minimo riammodernate, decidendo di intraprendere un’impresa che è sì commerciale, si deve pur vivere, ma anche sociale e culturale.

E’ sopravvissuta grazie a quei giovani che, eredi dei loro nonni e padri, affollati,“rifanno il mondo”, seduti ai tavolini tra una birra, un caffè e un ćevapčići, scegliendo la kafana perché è confortevole ed economica ma di indiscusso fascino vintage.

Oppure grazie a quei vecchi e tenaci avventori, irrimediabilmente refrattari ai dettami commerciali contemporanei, che si ostinano a proporre una convivialità fatta di caffè, alcol e sigarette, di prelibatezze gastronomiche e ritmi lenti, non meno che di dischi e libri, di discussioni e politica, di cinema e teatro, di barzellette e risate.

Tratto da www.balcanicaucaso.com