Il conflitto del foto-reporter di guerra

La ragazza che corre, storia di una foto

La ragazza che corre è il titolo con cui è divenuta famosa la foto del giornalista e fotoreport Mario Boccia  scattata nel 1993 in una Sarajevo devastata da 17 mesi di bombardamenti. Dopo 20 anni, ripercorriamo le emozioni del giornalista sesso in un suo racconto

Fotografia Sarajevo guerra

la ragazza che corre – il racconto

Un mestiere ambiguo quello del fotoreporter, eppure necessario, irrinunciabile strumento per il racconto della verità ma al tempo stesso mezzo del sensazionalismo dei mass media e della propaganda di parte.
Sempre in bilico tra la caccia a quell’immagine che nessuno ha ancora immortalato, a rischio della vita stessa, e la consapevolezza di quanto sia difficile, se non impossibile,

“produrre visioni della guerra che non siano per la guerra, figuriamoci contro la guerra”

(Michele Smargiassi – republica.it 2014)

Una professione, nei suoi più alti interpreti, vocata al dovere della testimonianza e alla necessità della memoria ma che spesso non è riuscita ad evitare rovinose derive autoreferenziali o propagandistiche.

“Testimoni senza emozioni, voyeur dell’orrore, missionari dell’umanità, propagandisti del potere: è labile e scivoloso il confine fra queste identità, perché la guerra va oltre le esperienze razionalizzabili della vita umana.”

(Michele Smargiassi – repubblica.it 2014)

Molto spesso il “dovere di cronaca” o la rincorsa al sensazionalismo dei media ha fatto sì che il lavoro di quei professionisti che hanno saputo immortalare una storia, raccontare un dramma per immagini ed esaltare la volontà di sopravvivere e di ricostruire in mezzo alle macerie, sia stato in realtà sacrificato e scartato in favore della pura riproposizione del sangue o della morte per un semplice calcolo di vendite.
Ecco Mario Boccia è uno di quei professionisti del fotogiornalismo che non si arrendono nè a questa visione mercantilistica delle immagini nè alla funzione di asettico testimone dell’orrore che molti assegnano al fotoreporter.

“Anche la fotografia è un’opinione, non è mai oggettiva come si può pensare o come spesso gli stessi fotografi vogliono credere. Scegliere un’inquadratura piuttosto che un’altra è un sempre una presa di posizione. Nel racconto c’è sempre un punto di vista, anche se si cerca di essere più fedeli possibili alla verità”.

Sostiene lo stesso Boccia.

Testimone attento ed appassionato delle guerre balcaniche degli anni ’90, critico puntuale della vulgata politico-giornalistica sull’impossibilità della coesistenza inter-etnica, Boccia nei suoi scatti dell’epoca si sofferma spesso sui quei particolari che possono rimarcare gli aspetti multiculturali e multi-religiosi che per secoli hanno contraddistinto la storia degli slavi del sud e la geografia dei Balcani.
Tra queste “La ragazza che corre”, la famosa foto da lui scattata durante l’assedio di Sarajevo il 13 settembre 1993, merita un posto a parte sia per la notorietà raggiunta sia per il racconto da lui stesso fornito sui momenti dello scatto.
Vista di per sé la foto della ragazza che corre sul marciapiede con una borsa che sembra quella della spesa non farebbe necessariamente pensare ad una fotografia di guerra, tanto più che dal suo viso non traspare un’espressione di terrore.
Forse, per dirla con Boccia, è più un’espressione di rassegnazione alla quotidianità delle pallottole vaganti o dei colpi di mortaio e, allo stesso tempo, di sfida e rabbia per la roulette cieca della morte che viene da lontano e,forse, per quel fotografo che le intralcia la via di fuga.

Fonte: www.balcanicaucaso.org